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domenica 20 novembre 2011

Munch, l'auto-confessione di un genio sperduto nel mondo oscuro

Il poeta romantico William Wordsworth definisce la poesia come 'emotion recollected in tranquillity'. In qualche modo, Edward Munch fa lo stesso con la pittura, ma rovesciando di segno il senso di quella intuizione. Anche lui, infatti, come scriverà in una pagina di diario, non dipinge quel che vede, ma 'quel che ha visto'. Anche lui lavora essenzialmente con la memoria, respingendo l'invito naturalista a dare immediatamente conto di ciò che l'occhio afferra con lo sguardo. Solo che il ricordo, in Munch, non produce alcuna tranquillità. Non rasserena, non sgombra il campo dalle ombre e dai fantasmi. Al contrario, è proprio in quell'intervallo necessario al gesto artistico che lo scenario mentale del pittore lascia emergere il lato più buio della realtà, dando corso a una fiammeggiante battaglia interiore tra le forze costruttive e distruttive, l'armonia e il caos, la vita e la morte. Per spiegare le ragioni della lacerante inquietudine che traspare dalle tele di Munch, si è molto insistito sulle sue amare vicende biografiche, su una psiche instabile e irrimediabilmente malata. Munch, inoltre, non risulta affatto indifferente al sociale, come si evince da molte opere raffiguranti gente alle prese con i problemi della vita quotidiana.
(a cura di Franco Marcoaldi - Repubblica)


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