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mercoledì 29 novembre 2017

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sabato 22 luglio 2017

Negli ultimi 10 anni abbassata del 20% la mortalità per diabete

Ben 5 italiani su 100 soffrono di diabete e tale numero è raddoppiato negli ultimi trent' anni. Tuttavia, la mortalità per le conseguenze di questa malattia si è abbassata del 20 % in dieci anni. Risulta una patologia "fortemente associata allo svantaggio socioeconomico", secondo una nota dell'Istat.


Nel corso dell'anno 2016 sono state più di tre milioni nel nostro Paese le persone che riferiscono di essere affette da diabete, il 5,3% dell'intera popolazione; ma la percentuale sale al 16,5% fra le persone di 65 anni e oltre. Nel 1980 riguardava il 2,9% della popolazione.  "Tra le donne - osserva l'Istat - le disuguaglianze sono maggiori in tutte le classi di età: le donne diabetiche di 65-74 anni con laurea o diploma sono il 6,8%, le coetanee con al massimo la licenza media il 13,8% (i maschi della stessa classe di età sono rispettivamente il 13,2 e il 16,4%)". E' inoltre una patologia più diffusa nelle regioni del Mezzogiorno, dove il tasso di prevalenza è del 5,8% contro il 4% del Nord. 


Comunque, c'è anche una buona notizia: nell'ultimo decennio la mortalità si è ridotta di oltre il 20% in tutte le classi di età. "I dati Istat - dice Giorgio Sesti, presidente della Società Italiana di Diabetologia (Sid) - sono autoriportati dalle persone intervistate ma sostanzialmente coincidono con i dati amministrativi che già avevamo e che parlano di una prevalenza tra il 5,5 e il 6% della popolazione totale. La cosa interessante e nuova è invece la diminuzione delle morti: questo dato ci dice che funziona meglio il sistema di diagnosi e cura, la rete dei centri e i nuovi farmaci per il diabete e per le sue complicanze". 

fonte: http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2017/07/21/durante-una-conversazione-i-cervelli-si-sincronizzano_2e53882e-01a4-4591-9a55-e9bfcd80cb59.html

giovedì 29 giugno 2017

Emergenza colon-retto: aumentano giovani a rischio tumore

photo by stilopolis.it

Tre nuove diagnosi su dieci, stando a ciò che sostiene una ricerca comparsa sulle pagine del «Journal of the National Cancer Institute», avverrebbero in individui con meno di 50 anni di età. Una fascia di età in cui, in assenza di familiarità, non viene svolto nessuno screening. Motivo per cui, nei casi in questione, la diagnosi risulta peraltro spesso tardiva. Dopo una costante diminuzione iniziata nel 1974, negli Usa i tumori del colon nei giovani tra i 20 e i 39 anni hanno continuato ad incrementare (fra l’1 e il 2 %), nel periodo compreso tra la metà degli Anni 80 e il 2013, ultimo anno considerato nell’indagine retrospettiva. Seppur in percentuale minore, una crescita dei casi è stata osservata pure negli adulti tra i 40 e i 54 anni, a partire dagli Anni 90. 


Più preoccupanti i dati riguardanti le neoplasie del retto, dal momento che il numero di malati è cresciuto in modo più rapido e consistente (del tre per cento ogni anno). Dati che non convergono con quelli riguardanti gli over 60, in cui l’incidenza della malattia è progressivamente diminuita. Secondo Rebecca Siegel, direttore del programma di sorveglianza e informazione dell’American Cancer Society, «una tendenza del genere nei giovani fa prevedere un trend di crescita per la malattia. I ragazzi nati tra il 1980 e il 2000, hanno un rischio di ammalarsi di cancro del colon paragonabile a quello che si registrava nel 1800! 


In attesa di valutare l’efficacia di nuove possibilità per la diagnosi precoce, l’obiettivo è potenziare la prevenzione di questo tumore. È tutt’altro che casuale, infatti, la correlazione tra il peggioramento dei nostri comportamenti a tavola e l’aumentata incidenza della malattia. Una dieta ricca in grassi e uno stile di vita sedentario non aiutano. Meglio prediligere la regolare attività fisica e gli alimenti tipici della dieta mediterranea: le fibre contenute negli alimenti di origine vegetale hanno un ruolo protettivo nei confronti della malattia. Prudenza con la carne rossa, meglio evitare fumo e alcool. 

fonte: http://www.lastampa.it/2017/06/13/scienza/benessere/tumore-al-colonretto-giovani-adulti-sempre-pi-a-rischio-GucKBVqDK5xoim3X1ibQrK/pagina.html

domenica 12 marzo 2017

Diabete più pericoloso per le donne: colpa di meno cure

Il diabete che colpisce le donne è diverso da quello degli uomini. Lo sa bene la medicina di genere, che studia l'influenza del sesso sulla fisiologia e le patologie umane: le donne diabetiche presentano, infatti, una maggiore mortalità legata alle complicanze e raggiungono i target contro i fattori di rischio con maggior difficoltà rispetto agli uomini. Non solo: nei loro confronti si registra anche una minor attenzione proprio nel trattamento dei fattori di rischio. 


Il diabete provoca tre volte più infarti nelle donne - ragiona Giovannella Baggio, titolare della prima cattedra di Medicina di genere all'università di Padova - ed è anzi la prima causa di morte nel genere femminile. Ma le donne non lo sanno, come non sanno riconoscere i sintomi, che in loro sono diversi. Hanno meno dolore e invece provano magari forte ansia e mancanza di respiro. Sintomi così diversi che non preoccupano: ecco perché nelle donne la mortalità è più alta".


Un'ipotesi è che nelle donne i fattori di rischio cardiovascolari siano trattati con minor attenzione. Tra i muri da abbattere in questo caso vi è l'errata percezione che le donne abbiano un rischio cardiovascolare inferiore agli uomini: a loro vengono ad esempio somministrate meno di frequente le statine e si assiste ad una disparità di sesso anche nel trattamento con farmaci antipertensivi.


Che il problema delle donne con diabete, in Italia circa il 48 per cento sul totale dei quattro milioni di malati, sia reale lo dimostra anche il fatto che l'International Diabetes Federation ha scelto di dedicare quest'anno la giornata mondiale del diabete alle diabetiche. "Quasi tutti i rischi legati alla malattia nelle donne sono più alti del 30 per cento o anche raddoppiati - premette Giorgio Sesti, presidente Sid - ma questo aumento altissimo di rischio non è percepito dai medici né tanto meno dalle pazienti".

fonti: Repubblica - Leggo

lunedì 6 febbraio 2017

In gravidanza, meglio non esagerare con la liquirizia


La radice di liquirizia rappresenta una vera e propria alleata della salute della bocca: il suo infuso detiene proprietà anti-infiammatorie utili per coloro affetti da disturbi gastrici e il suo principio attivo (la glicirrizina) può aiutare ad aumentare i livelli della pressione quando ci sentiamo deboli e senza forze. Se da un lato le proprietà benefiche della liquirizia sono molte, dall’altro gli esperti raccomandano da anni di non abusarne perché il suo consumo non solo può generare ipertensione, cefalee e crisi epilettiche (come è successo nel marzo 2015 a un bambino di Bologna), ma può anche avere conseguenze negative sullo sviluppo del feto durante la gravidanza.


A stare attente alle quantità di liquirizia, quindi, devono essere anche le donne incinte, in quanto stando a una ricerca svolta presso l’Università di Helsinki,  il consumo di grandi quantità può avere effetti nocivi a lungo termine sullo sviluppo del feto, e sarebbe correlato a problemi di memoria e a peggiori prestazioni cognitive da adolescenti. Nel corso dello studio, apparso sull’American Journal of Epidemiology, sono stati esaminati 378 ragazzi di un’età media di tredici anni. Una parte di loro aveva avuto mamme che consumavano grandi quantità di liquirizia in gravidanza (oltre 500 mg di glicirrizzina a settimana che corrispondono in media a 250 g di liquirizia); un’altra parte mamme che ne consumavano poca (meno di 249 mg di glicirizzina a settimana) e la terza parte mamme che non ne consumavano.


Dai risultati è venuto fuori che i ragazzi che erano stati esposti a grandi quantità di liquirizia nel grembo materno eseguivano i test cognitivi e di ragionamento peggio degli altri, con addirittura uno scarto pari a sette punti di quoziente intellettivo. Gli stessi, effettuavano peggio anche degli esperimenti finalizzati a misurare la loro memoria e, secondo le testimonianze dei genitori, avevano anche più problemi relativi al disturbo da deficit di attenzione e iperattività rispetto agli altri. Tra le ragazze, invece, gli effetti negativi si riscontravano sulla pubertà, che iniziava prima. La glicirrizina aumenterebbe l'effetto del cortisolo, ovvero l'ormone dello stress...

fonte: http://www.ok-salute.it/bambini/liquirizia-in-gravidanza-meglio-non-mangiarla/

venerdì 13 gennaio 2017

Scoperto un ruolo importante dell'appendice nel nostro corpo


L'appendice non è affatto un organo inutile tantomeno un'eredità, senza più funzioni, dell'evoluzione dell'uomo. Un nuovo studio rivela che il suo compito sarebbe quello aiutare il nostro sistema immunitario, facendo da "casa" ai batteri buoni. Tale ricerca è apparsa sulla rivista "Comptes Rendus Palevol": "Dalla nostra osservazione emerge che, anche se è possibile vivere senza, quest'organo apporta dei benefici al sistema immunitario e alla flora batterica", dicono gli studiosi coinvolti nell'analisi.


Heather F. Smith, docente di anatomia presso il Midwestern University Arizona College of Osteopathic Medicine, ha analizzato a fondo oltre cinquecento mammiferi al fine di individuare la presenza o meno di appendice. Studiando anche l'evoluzione di queste specie, ha notato che, una volta che l'appendice fa la sua comparsa, non scompare mai completamente nel corso del tempo: probabilmente passa il testimone a qualche altro organo, ma mantiene una funzione importante.


Stando a contatto con un team di ricercatori facente parte della Duke University Medical Center, della University of Stellenbosch sudafricana, e con il Muséum National d’Histoire Naturelle francese, la dottoressa Smith ha scoperto che le specie con l'appendice (quindi anche gli uomini) tendono ad avere concentrazioni più alte di tessuto linfoide nel cieco, la porzione di intestino crasso da cui si sviluppa l'appendice. Questo tessuto stimola la crescita di batteri buoni ed è pieno di cellule che suscitano una reazione immunitaria quando il corpo è sotto stress. Ciò avvalora l'ipotesi che l'appendice sia una specie di rifugio per quest'ultimi, una sorta di riserva di batteri buoni.