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sabato 22 luglio 2017

Negli ultimi 10 anni abbassata del 20% la mortalità per diabete

Ben 5 italiani su 100 soffrono di diabete e tale numero è raddoppiato negli ultimi trent' anni. Tuttavia, la mortalità per le conseguenze di questa malattia si è abbassata del 20 % in dieci anni. Risulta una patologia "fortemente associata allo svantaggio socioeconomico", secondo una nota dell'Istat.


Nel corso dell'anno 2016 sono state più di tre milioni nel nostro Paese le persone che riferiscono di essere affette da diabete, il 5,3% dell'intera popolazione; ma la percentuale sale al 16,5% fra le persone di 65 anni e oltre. Nel 1980 riguardava il 2,9% della popolazione.  "Tra le donne - osserva l'Istat - le disuguaglianze sono maggiori in tutte le classi di età: le donne diabetiche di 65-74 anni con laurea o diploma sono il 6,8%, le coetanee con al massimo la licenza media il 13,8% (i maschi della stessa classe di età sono rispettivamente il 13,2 e il 16,4%)". E' inoltre una patologia più diffusa nelle regioni del Mezzogiorno, dove il tasso di prevalenza è del 5,8% contro il 4% del Nord. 


Comunque, c'è anche una buona notizia: nell'ultimo decennio la mortalità si è ridotta di oltre il 20% in tutte le classi di età. "I dati Istat - dice Giorgio Sesti, presidente della Società Italiana di Diabetologia (Sid) - sono autoriportati dalle persone intervistate ma sostanzialmente coincidono con i dati amministrativi che già avevamo e che parlano di una prevalenza tra il 5,5 e il 6% della popolazione totale. La cosa interessante e nuova è invece la diminuzione delle morti: questo dato ci dice che funziona meglio il sistema di diagnosi e cura, la rete dei centri e i nuovi farmaci per il diabete e per le sue complicanze". 

fonte: http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2017/07/21/durante-una-conversazione-i-cervelli-si-sincronizzano_2e53882e-01a4-4591-9a55-e9bfcd80cb59.html

giovedì 29 giugno 2017

Emergenza colon-retto: aumentano giovani a rischio tumore

photo by stilopolis.it

Tre nuove diagnosi su dieci, stando a ciò che sostiene una ricerca comparsa sulle pagine del «Journal of the National Cancer Institute», avverrebbero in individui con meno di 50 anni di età. Una fascia di età in cui, in assenza di familiarità, non viene svolto nessuno screening. Motivo per cui, nei casi in questione, la diagnosi risulta peraltro spesso tardiva. Dopo una costante diminuzione iniziata nel 1974, negli Usa i tumori del colon nei giovani tra i 20 e i 39 anni hanno continuato ad incrementare (fra l’1 e il 2 %), nel periodo compreso tra la metà degli Anni 80 e il 2013, ultimo anno considerato nell’indagine retrospettiva. Seppur in percentuale minore, una crescita dei casi è stata osservata pure negli adulti tra i 40 e i 54 anni, a partire dagli Anni 90. 


Più preoccupanti i dati riguardanti le neoplasie del retto, dal momento che il numero di malati è cresciuto in modo più rapido e consistente (del tre per cento ogni anno). Dati che non convergono con quelli riguardanti gli over 60, in cui l’incidenza della malattia è progressivamente diminuita. Secondo Rebecca Siegel, direttore del programma di sorveglianza e informazione dell’American Cancer Society, «una tendenza del genere nei giovani fa prevedere un trend di crescita per la malattia. I ragazzi nati tra il 1980 e il 2000, hanno un rischio di ammalarsi di cancro del colon paragonabile a quello che si registrava nel 1800! 


In attesa di valutare l’efficacia di nuove possibilità per la diagnosi precoce, l’obiettivo è potenziare la prevenzione di questo tumore. È tutt’altro che casuale, infatti, la correlazione tra il peggioramento dei nostri comportamenti a tavola e l’aumentata incidenza della malattia. Una dieta ricca in grassi e uno stile di vita sedentario non aiutano. Meglio prediligere la regolare attività fisica e gli alimenti tipici della dieta mediterranea: le fibre contenute negli alimenti di origine vegetale hanno un ruolo protettivo nei confronti della malattia. Prudenza con la carne rossa, meglio evitare fumo e alcool. 

fonte: http://www.lastampa.it/2017/06/13/scienza/benessere/tumore-al-colonretto-giovani-adulti-sempre-pi-a-rischio-GucKBVqDK5xoim3X1ibQrK/pagina.html

domenica 12 marzo 2017

Diabete più pericoloso per le donne: colpa di meno cure

Il diabete che colpisce le donne è diverso da quello degli uomini. Lo sa bene la medicina di genere, che studia l'influenza del sesso sulla fisiologia e le patologie umane: le donne diabetiche presentano, infatti, una maggiore mortalità legata alle complicanze e raggiungono i target contro i fattori di rischio con maggior difficoltà rispetto agli uomini. Non solo: nei loro confronti si registra anche una minor attenzione proprio nel trattamento dei fattori di rischio. 


Il diabete provoca tre volte più infarti nelle donne - ragiona Giovannella Baggio, titolare della prima cattedra di Medicina di genere all'università di Padova - ed è anzi la prima causa di morte nel genere femminile. Ma le donne non lo sanno, come non sanno riconoscere i sintomi, che in loro sono diversi. Hanno meno dolore e invece provano magari forte ansia e mancanza di respiro. Sintomi così diversi che non preoccupano: ecco perché nelle donne la mortalità è più alta".


Un'ipotesi è che nelle donne i fattori di rischio cardiovascolari siano trattati con minor attenzione. Tra i muri da abbattere in questo caso vi è l'errata percezione che le donne abbiano un rischio cardiovascolare inferiore agli uomini: a loro vengono ad esempio somministrate meno di frequente le statine e si assiste ad una disparità di sesso anche nel trattamento con farmaci antipertensivi.


Che il problema delle donne con diabete, in Italia circa il 48 per cento sul totale dei quattro milioni di malati, sia reale lo dimostra anche il fatto che l'International Diabetes Federation ha scelto di dedicare quest'anno la giornata mondiale del diabete alle diabetiche. "Quasi tutti i rischi legati alla malattia nelle donne sono più alti del 30 per cento o anche raddoppiati - premette Giorgio Sesti, presidente Sid - ma questo aumento altissimo di rischio non è percepito dai medici né tanto meno dalle pazienti".

fonti: Repubblica - Leggo

lunedì 6 febbraio 2017

In gravidanza, meglio non esagerare con la liquirizia


La radice di liquirizia rappresenta una vera e propria alleata della salute della bocca: il suo infuso detiene proprietà anti-infiammatorie utili per coloro affetti da disturbi gastrici e il suo principio attivo (la glicirrizina) può aiutare ad aumentare i livelli della pressione quando ci sentiamo deboli e senza forze. Se da un lato le proprietà benefiche della liquirizia sono molte, dall’altro gli esperti raccomandano da anni di non abusarne perché il suo consumo non solo può generare ipertensione, cefalee e crisi epilettiche (come è successo nel marzo 2015 a un bambino di Bologna), ma può anche avere conseguenze negative sullo sviluppo del feto durante la gravidanza.


A stare attente alle quantità di liquirizia, quindi, devono essere anche le donne incinte, in quanto stando a una ricerca svolta presso l’Università di Helsinki,  il consumo di grandi quantità può avere effetti nocivi a lungo termine sullo sviluppo del feto, e sarebbe correlato a problemi di memoria e a peggiori prestazioni cognitive da adolescenti. Nel corso dello studio, apparso sull’American Journal of Epidemiology, sono stati esaminati 378 ragazzi di un’età media di tredici anni. Una parte di loro aveva avuto mamme che consumavano grandi quantità di liquirizia in gravidanza (oltre 500 mg di glicirrizzina a settimana che corrispondono in media a 250 g di liquirizia); un’altra parte mamme che ne consumavano poca (meno di 249 mg di glicirizzina a settimana) e la terza parte mamme che non ne consumavano.


Dai risultati è venuto fuori che i ragazzi che erano stati esposti a grandi quantità di liquirizia nel grembo materno eseguivano i test cognitivi e di ragionamento peggio degli altri, con addirittura uno scarto pari a sette punti di quoziente intellettivo. Gli stessi, effettuavano peggio anche degli esperimenti finalizzati a misurare la loro memoria e, secondo le testimonianze dei genitori, avevano anche più problemi relativi al disturbo da deficit di attenzione e iperattività rispetto agli altri. Tra le ragazze, invece, gli effetti negativi si riscontravano sulla pubertà, che iniziava prima. La glicirrizina aumenterebbe l'effetto del cortisolo, ovvero l'ormone dello stress...

fonte: http://www.ok-salute.it/bambini/liquirizia-in-gravidanza-meglio-non-mangiarla/

venerdì 13 gennaio 2017

Scoperto un ruolo importante dell'appendice nel nostro corpo


L'appendice non è affatto un organo inutile tantomeno un'eredità, senza più funzioni, dell'evoluzione dell'uomo. Un nuovo studio rivela che il suo compito sarebbe quello aiutare il nostro sistema immunitario, facendo da "casa" ai batteri buoni. Tale ricerca è apparsa sulla rivista "Comptes Rendus Palevol": "Dalla nostra osservazione emerge che, anche se è possibile vivere senza, quest'organo apporta dei benefici al sistema immunitario e alla flora batterica", dicono gli studiosi coinvolti nell'analisi.


Heather F. Smith, docente di anatomia presso il Midwestern University Arizona College of Osteopathic Medicine, ha analizzato a fondo oltre cinquecento mammiferi al fine di individuare la presenza o meno di appendice. Studiando anche l'evoluzione di queste specie, ha notato che, una volta che l'appendice fa la sua comparsa, non scompare mai completamente nel corso del tempo: probabilmente passa il testimone a qualche altro organo, ma mantiene una funzione importante.


Stando a contatto con un team di ricercatori facente parte della Duke University Medical Center, della University of Stellenbosch sudafricana, e con il Muséum National d’Histoire Naturelle francese, la dottoressa Smith ha scoperto che le specie con l'appendice (quindi anche gli uomini) tendono ad avere concentrazioni più alte di tessuto linfoide nel cieco, la porzione di intestino crasso da cui si sviluppa l'appendice. Questo tessuto stimola la crescita di batteri buoni ed è pieno di cellule che suscitano una reazione immunitaria quando il corpo è sotto stress. Ciò avvalora l'ipotesi che l'appendice sia una specie di rifugio per quest'ultimi, una sorta di riserva di batteri buoni.


lunedì 22 ottobre 2012

Realizzato latte di mucca come vaccino contro l'Hiv

Latte di mucca capace di tutelare le cellule umane dal virus dell'immuno-deficienza umana (Hiv). La scoperta è stata realizzata da un team di scienziati australiani facente parte della Melbourne University, coordinati da Marit Kramski, i quali hanno presentato gli esiti del loro studio durante la quindicesima edizione di «Freshscience, stories of discovery from early-career researchers around Australia», un evento nazionale che mette insieme scienziati, mezzi di informazione e pubblico per migliorare la diffusione delle scoperte australiane e stimolare il dibattito scientifico.


Attualmente il gruppo di studiosi è alle prese con nuovi esperimenti dello stesso genere sia su animali sia su esseri umani. Il prossimo passo sarà sviluppare un unguento microbicida anti-Hiv che le donne potranno utilizzare prima e dopo i rapporti sessuali per la protezione dal virus. «Se dimostrato efficace negli esseri umani sarà utilizzabile dalle donne per proteggersi dalla trasmissione dell'Hiv». Gli studiosi hanno vaccinato delle mucche gravide con una proteina dell'Hiv e hanno poi studiato la composizione del colostro - il primo latte prodotto dopo il parto, naturalmente ricco di anticorpi per proteggere il neonato dalle infezioni - scoprendo che è in grado di proteggere dall'infezione da Hiv. «Siamo stati capaci di ricavare dal latte anticorpi specifici per la proteina dell'Hiv - ha spiegato Marit -. Abbiamo testato che questi anticorpi si legano al virus e gli impediscono di entrare nelle cellule umane e di infettarle».


La produzione di anticorpi anti-HIV nel latte di vacca per inibire l’HIV è più economico e più facile degli  attuali farmaci a base di rimedi chimici. Una singola mucca infatti può produrre fino ad un kg di anticorpi. Il dottor Kramski spera di formulare una crema o gel a prezzi accessibili che possano essere utilizzati per prevenire la trasmissione sessuale dell’HIV. Esperimenti di laboratorio dimostrano che gli anticorpi si legano all’ HIV e impediscono al virus di entrare e infettare le cellule umane. Le mucche non possono essere infettate dall'Hiv, ma il loro sistema immunitario ha sviluppato anticorpi contro questa proteina 'aliena'. Il prossimo passo, a detta dei ricercatori, sara' sviluppare una crema che le donne possono applicare per proteggersi contro le infezioni vaginali. Gli studiosi australiani hanno lavorato con la la societa' Immuron Ltd, che si occupa di biotecnologie, per sviluppate il latte.

fonte: http://www.salute24.ilsole24ore.com/articles/14796-hiv-ideato-latte-di-mucca-che-protegge-dall-infezione?refresh_ce

domenica 21 ottobre 2012

La cosmesi si proietta sulle staminali: le cellule vegetali

Staminali da Nobel. E nel suo piccolo anche la cosmesi ne approfitta. Con l'utilizzo di staminali vegetali, da frutti e fiori, per le loro virtù anti-ossidanti e anti-infiammatorie. Diciamolo subito: le staminali della cosmetica in comune con quelle che porteranno Shinya Yamanaka e John Gurdon a ritirare il premio Nobel per la medicina 2012 hanno solo il nome. In cosmesi, si usano le staminali vegetali per migliorare i marker dell'invecchiamento perchè sembrano capaci di stimolare la manutenzione fisiologica della pelle.


Le staminali cutanee vivono in un ambiente particolare, una nicchia protettiva situata nello strato più interno dell'epidermide. Sono proprio loro che, pur rappresentando l'1 per cento delle cellule dello strato basale, rinnovando costantemente i tessuti o, in caso di danno grave, si attivano per ripararli. Il loro micro-ambiente è però suscettibile all'invecchiamento genetico e ambientale. Ma oggi i cosmetologi sono convinti che le staminali dell'epidermide, per lo più dormienti, possono essere ''risvegliate'' grazie a molecole di origine bio-tecnologica (peptidi biomimetici capaci di indurre specifiche risposte cellulari), inserite nelle creme di ultima generazione.



Resta però il cuore dell'invecchiamento, la parte più profonda della pelle: come agiscono le staminali nel derma, la zona off-limits delle creme, quindi anche il territorio più ambito? Su questo si è concentrata la ricerca de L'Oreal, che ha svelato le sue scoperte durante il meeting dell'European Society for Dermatological Research, a Venezia lo scorso settembre. ''Nel 2001 abbiamo cominciato a lavorare con le staminali cutanee, creando un laboratorio a Parigi che ne studiasse le peculiarità'', racconta Veronique Delvigne, direttore scientifico di Lancome: ''Dalle ricerche è emerso un diverso comportamento delle staminali di epidermide e derma. Durante l'invecchiamento le prime, più superficiali, rimangono costanti nel numero, mentre diminuisce la loro capacità di rinnovamento. Che sappiamo essere influenzata dai mediatori delle reazioni chimiche. Le staminali dermiche, posizionate per lo più alla base del follicolo pilifero, invece, diminuiscono di numero, pur mantenendo invariata la loro funzionalità''. 


Studi nel campo delle malattie neurodegenerative hanno già indicato che nel derma particolari staminali, in grado di generare cellule di pelle, grasso, nervi e muscoli, sono raccolte in gruppetti sferici che rimangono in sospensione nel mezzo di coltura. L'obiettivo della cosmesi è allora quello di innescar dei meccanismi cellulari che possano rimettere in circolo un numero di dermosfere capaci di restituire tono alla pelle. E' difficile dire se le staminali vegetali rappresentino il nuovo Graal. Innanzitutto perchè è difficile isolarle e marcarle, poichè sono poche e ben mimetizzate. Poi, perchè poterle manipolare è molto complicato, richiede terreni di coltura particolari e necessita di molto lavoro da parte di esperti biotecnologi.

fonte: L'Espresso, pag. 120, n. 43 anno LVIII, da raimonda boriani

giovedì 14 giugno 2012

Diciamo ai bambini come si lavano i denti: studi svedesi

Non basta lavarsi i denti con regolarità, la pratica va anche eseguita nel modo giusto. Secondo due differenti indagini effettuate in Svezia, solo il 10% della popolazione lava i denti seguendo in modo corretto le indicazioni ricevute dagli odontoiatri. Gli altri lo fanno in maniera approssimata, spinti soprattutto dal desiderio di rinfrescare l'alito. I due studi sono stati entrambi effettuati da Pia Gabre, odontoiatra dell'Università di Göteborg, su un campione di duemila soggetti di diverse fasce d'età, tra i 15 e i 75 anni. I partecipanti hanno informato l'odontoiatra scandinava sulle proprie abitudini inerenti l'igiene dentale: la frequenza con cui lavavano i denti, la durata con cui li spazzolavano, il tipo e la quantità di dentifricio utilizzato. Nella maggior parte dei casi le persone utilizzavano spazzolino e dentifricio al fluoro, ma soltanto in un caso. La dott.ssa Gabre spiega: “la gente si lava i denti più per convenzione sociale, perché si 'deve' o per avere l'alito fresco, che per prevenire la carie. In realtà nell'80 per cento dei casi le persone sono contente della loro igiene orale e sono convinte che vada bene così. Invece gli errori sono tanti e arrivano da lontano: la maggioranza dice di aver imparato come lavarsi i denti da bambino grazie ai genitori. E anche se poi dentista o igienista dentale hanno spiegato come farlo in maniera più efficace, tanti perseverano con gli sbagli ormai acquisiti”. Il fatto fondamentale è dunque dire ai più piccoli come lavare i denti in modo idoneo, in quanto non c'è nulla di più difficile che cambiare un comportamento in età adulta: “l'imprinting comportamentale che si riceve da bambini in tema di igiene orale è fondamentale. Perciò è essenziale la collaborazione fra pediatri, genitori e odontoiatri pediatrici, che hanno una formazione professionale specifica nella cura dei denti dei bambini. Entro tre anni bisognerebbe portare i figli dal dentista specializzato, così da intercettare eventuali problemi (dalle malocclusioni alle carie dei denti da latte) e insegnare una giusta igiene orale che poi li accompagnerà tutta la vita”, spiega Antonella Polimeni, professore ordinario di odontoiatria pediatrica all'università La Sapienza di Roma...(CONTINUA)
fonte: http://www.italiasalute.it/11155/pag2/Come-ti-lavi-i-denti-.html