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domenica 11 dicembre 2011

Critica della ragione emotiva (da Repubblica)

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In questi anni abbiamo assistito a una rivalutazione delle passioni e del ruolo. Non solo dal punto di vista della sensibilità ma anche da quello politico e intellettivo. Ora però c'è chi ne mette in discussione il reale potere di emancipazione. La secolarizzazione ha avuto un effetto di raffreddamento nei confronti dei conflitti, e anche della passionalità sfrenata, che caratterizzavano l'epoca precedente. Rispetto ad essi, la modernità, nel suo complesso, ha attivato un generale dispositivo immunitario, teso a frenare istinti e forze emotive che, se abbandonate alla loro spinta naturale, avrebbero potuto avere effetti potenzialmente dissolutivi. Naturalmente, i filosofi moderni, da Cartesio a Kant, trattano delle passioni, ma dal punto di vista, ma dal punto di vista di una razionalità destinata a imbrigiarle e governarle. E' vero che, già a partire da Rousseau e per tutta la fase romantica, le mozioni del cuore sembrano di nuovo prevalere su quelle della ragione, ma più nell'orizzonte individuale che in quello degli orientamenti collettivi. Perfino l'homo democraticus, come è profilato da Tocqueville, è caratterizzato da un'atrofia passionale, dominato da un conformismo che lo rende simile a tutti gli altri, senza però unirlo ad essi in un progetto comune. Apatia e indifferenza sono il sintomo di questa perdita di emotività che può arrivare fino alla sottomissione al dispotismo. Anche il progressivo rattrappimento del desiderio, sostituito dalla ricerca del godimento immediato, che connota le nostre società, può essere interpretato come un esito non voluto dell'individualismo moderno.
fonte: Roberto Esposito da "La Repubblica".

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