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domenica 11 dicembre 2011

Critica della ragione emotiva (da Repubblica)

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In questi anni abbiamo assistito a una rivalutazione delle passioni e del ruolo. Non solo dal punto di vista della sensibilità ma anche da quello politico e intellettivo. Ora però c'è chi ne mette in discussione il reale potere di emancipazione. La secolarizzazione ha avuto un effetto di raffreddamento nei confronti dei conflitti, e anche della passionalità sfrenata, che caratterizzavano l'epoca precedente. Rispetto ad essi, la modernità, nel suo complesso, ha attivato un generale dispositivo immunitario, teso a frenare istinti e forze emotive che, se abbandonate alla loro spinta naturale, avrebbero potuto avere effetti potenzialmente dissolutivi. Naturalmente, i filosofi moderni, da Cartesio a Kant, trattano delle passioni, ma dal punto di vista, ma dal punto di vista di una razionalità destinata a imbrigiarle e governarle. E' vero che, già a partire da Rousseau e per tutta la fase romantica, le mozioni del cuore sembrano di nuovo prevalere su quelle della ragione, ma più nell'orizzonte individuale che in quello degli orientamenti collettivi. Perfino l'homo democraticus, come è profilato da Tocqueville, è caratterizzato da un'atrofia passionale, dominato da un conformismo che lo rende simile a tutti gli altri, senza però unirlo ad essi in un progetto comune. Apatia e indifferenza sono il sintomo di questa perdita di emotività che può arrivare fino alla sottomissione al dispotismo. Anche il progressivo rattrappimento del desiderio, sostituito dalla ricerca del godimento immediato, che connota le nostre società, può essere interpretato come un esito non voluto dell'individualismo moderno.
fonte: Roberto Esposito da "La Repubblica".

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domenica 20 novembre 2011

Munch, l'auto-confessione di un genio sperduto nel mondo oscuro

Il poeta romantico William Wordsworth definisce la poesia come 'emotion recollected in tranquillity'. In qualche modo, Edward Munch fa lo stesso con la pittura, ma rovesciando di segno il senso di quella intuizione. Anche lui, infatti, come scriverà in una pagina di diario, non dipinge quel che vede, ma 'quel che ha visto'. Anche lui lavora essenzialmente con la memoria, respingendo l'invito naturalista a dare immediatamente conto di ciò che l'occhio afferra con lo sguardo. Solo che il ricordo, in Munch, non produce alcuna tranquillità. Non rasserena, non sgombra il campo dalle ombre e dai fantasmi. Al contrario, è proprio in quell'intervallo necessario al gesto artistico che lo scenario mentale del pittore lascia emergere il lato più buio della realtà, dando corso a una fiammeggiante battaglia interiore tra le forze costruttive e distruttive, l'armonia e il caos, la vita e la morte. Per spiegare le ragioni della lacerante inquietudine che traspare dalle tele di Munch, si è molto insistito sulle sue amare vicende biografiche, su una psiche instabile e irrimediabilmente malata. Munch, inoltre, non risulta affatto indifferente al sociale, come si evince da molte opere raffiguranti gente alle prese con i problemi della vita quotidiana.
(a cura di Franco Marcoaldi - Repubblica)